BAMBINI NELLA NEBBIA – TRA ADOZIONI e CASE FAMIGLIA. Sala Regina, Camera dei Deputati 28 giugno 2016. VIDEO.

Radio Radicale video convegno

Avvocato Marco Meliti

Dottoressa Daniela Bacchetta Dirigente Dipartimento Giustizia Minorile

Avvocato Cristina Franceschini

 

Foto: DPF Associazione Italiana di Diritto e Psicologia della Famiglia

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CEDU caso Strumia: separato dalla figlia 7 anni, Italia condannata.

Nel caso Strumia l’Italia dovrà risarcire 15.000 ad un padre fiorentino separato dalla figlia per oltre 7 anni, senza che le autorità riuscissero ad eseguire l’ordine giudiziario di contatto padre-figlia.

Il parere della Cedu sul caso

I tribunali italiani si sono limitati a porre in essere misure stereotipate ed automatiche, scrive la Corte di Strasburgo, concorrendo così a compromettere in maniera definitiva il legame familiare, sul quale il tempo trascorso senza mantenere i contatti cagiona conseguenze irrimediabili.
Peraltro, i giudici europei attribuiscono all’Italia responsabilità totale e valutano il comportamento delle autorità statali non giustificabile dal fatto che, nel caso specifico, il problema fosse stato causato dalla condotta ostile dell’ex-coniuge.
Il nostro Paese si ritrova quindi a dover rispondere della violazione della Convenzione.

Strumia contro Italia

Alessandro Strumia e’ un cittadino italiano che dal maggio 2007 non riesce a vedere la figlia. Infatti, il 1° maggio 2007 la moglie ha lasciato la casa coniugale, portando con se la figlia; la madre sostenne che il padre aveva maltrattato e abusato sessualmente della figlia: egli fu assolto da ogni accusa nel 2009. Intanto il Tribunale dispose degli incontri protetti tra padre e figlia, ma questi non si svolsero mai per l’opposizione della madre; gli assistenti sociali constatarono inoltre che la figlia non voleva piu’ vedere il padre, che era a lui ostile e che la madre voleva separare padre e figlia. Nel 2009 la Corte d’Appello ha disposto l’affidamente della figlia ai servizi sociali, pur continuando a vivere dalla madre ma con espressa previsione che, se necessario, possa essere rimossa dalla casa materna; inoltre, ha previsto lo svolgimento di incontri tra padre e figlia. Ad oggi il procedimento e’ pendente davanti alla Corte di Cassazione. Inoltre il sig. Strumia ha denunciato la ex moglie per inottemperanza agli ordini delle autorita’ giudiziarie e per maltrattamenti su minore, ma anche questo procedimento e’ ad oggi pendente.

Oggi il sig. Strumia accusa lo Stato italiano di non avergli assicurato, per oltre 7 anni, di vedere sua figlia, di non aver dato esecuzione alle decisioni delle giurisdizioni nazionali, che prevedevano incontri padre-figlia, di aver cosi’ consentito alla madre di inimicargli la figlia e infine di non aver perseguito adeguamente la madre per le sue condotte.

Strumia contro Italia 53377/13

 

 

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Alienazione Parentale, sentenza Cassazione 6919/2016 Il giudice deve accertare la veridicità dei comportamenti contestati

Alienazione Parentale:il giudice deve accertare la veridicità dei comportamenti contestati

Sindrome Alienazione Parentale:il giudice deve accertare la veridicità dei comportamenti contestati

PAS (sindrome alienazione parentale): quando un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore il giudice ad accertare la veridicità dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova. Cassazione Sent. n. 6919/16

La vicenda origina dal ricorso presentato da un padre, il quale contestava l’interruzione dei rapporti con la figlia, collocata presso la madre, e lamentava una campagna di denigrazione posta in essere dal quest’ultima nei suoi confronti.

Il Tribunale dei Minori1, a seguito della cessazione della convivenza tra i genitori, aveva collocato la figlia presso la madre, disponendo l’affidamento condiviso, con l’incarico ai servizi sociali di monitorare la situazione. Stante l’atteggiamento di rifiuto della figlia nei riguardi del padre, il Tribunale gli vietava di frequentarla e prescriveva alla minore un percorso psicoterapeutico. Il padre della ragazza deduceva l’esistenza di una “sindrome da alienazione parentale” cagionata, a suo avviso, dall’attività denigratoria della madre; il Tribunale rigettava le istanze paterne ascrivendo il rifiuto della figlia a presunti atteggiamenti invasivi da parte sua. Avverso tale decreto veniva proposto reclamo, invocando indagini approfondite sull’effettiva natura dell’ostilità nutrita dalla figlia verso il genitore; la Corte d’Appello confermava il decreto impugnato ed il padre ricorreva per Cassazione.

Il ricorrente si duole della violazione del principio di bigenitoralità, consacrato nell’art. 337 ter c.c., vale a dire del diritto del minore a costruire un rapporto equilibrato ed armonioso con ambedue i genitori.

Secondo il genitore non collocatario, la Corte d’appello avrebbe trascurato di considerare la condotta della madre volta ad ostacolare il rapporto padre-figlia, oltre a non considerare il fatto che gli incontri con la ragazza erano rari e sempre alla presenza di soggetti terzi (baby sitter o servizi sociali). Egli invoca la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, ed in particolare l’art. 82, sostenendo che la decisione dei giudici abbia leso il suo diritto alla vita familiare. Il ricorrente sottolinea, altresì, come nel merito non siano state indagate le effettive cause del rifiuto della figlia. La Corte accoglie questo motivo di doglianza, giacché non v’è stata un’indagine sulle reali cause della condotta della minore e la decisione di escludere il padre dalla vita della figlia non risulta circostanziata da motivi reali. Inoltre, in primo grado, il consulente tecnico d’ufficio aveva rilevato che il comportamento della madre fosse fortemente limitativo della relazione tra padre e figlia, stante il pressante controllo esercitato dalla prima sulla seconda. Lo stesso Tribunale aveva riconosciuto che il comportamento materno fosse fonte di pregiudizio per la minore, prescrivendo alla stessa di astenersi dall’ostacolare i rapporti con il padre.

Secondo la Suprema Corte, il giudizio prognostico che il giudice effettua nell’esclusivo interesse del minore, deve tenere conto della condotta dei genitori, della loro personalità, delle consuetudini di vita, in buona sostanza occorre valutare come i genitori abbiano svolto in precedenza il proprio compito. Tale disamina va effettuata nel rispetto del principio di bigenitorialità, vale a dire garantendo alla prole la presenza comune di ambedue i genitori; pertanto, tra i requisiti di idoneità genitoriale, ai fini del collocamento del minore, deve valutarsi «la capacità del genitore di riconoscere le esigenze affettive del figlio, che si individuano anche nella capacità di preservargli la continuità delle relazioni parentali attraverso il mantenimento della trama familiare, al di là di egoistiche considerazioni di rivalsa sull’altro genitore».

La Corte di Cassazione non si pronuncia sulla fondatezza scientifica o meno della PAS3 (Parental Alienation Syndrome) ma rileva come i giudici di merito non abbiano indagato sulle ragioni del rifiuto della figlia verso il padre e non abbiano verificato la sussistenza dei denunciati atteggiamenti ostruzionistici da parte della madre, utilizzando i mezzi di prova tipici, incluso l’ascolto del minore.

Il diritto alla bigenitorialità è ribadito dai supremi giudici citando la sentenza dellaCorte CEDU 9 gennaio 2013 n. 257044 con la quale si afferma la violazione dell’art. 8 della Convenzione qualora le autorità giudiziarie, a fronte degli ostacoli posti in essere dalla madre collocataria nei confronti del padre, non si impegnino adottando le misure necessarie a preservare il legame padre-figlia, attraverso un concreto ed effettivo esercizio del diritto di visita. Le misure da adottare devono essere specifiche ed effettive al fine di garantire il ripristino della collaborazione tra i genitori e del rapporto con il minore. Le autorità nazionali, secondo la Corte CEDU, non sono dispensate dall’obbligo di garantire il diritto del minore ad una frequentazione costante con ciascun genitore allorché il diritto di vista del genitore non collocatario sia frustrato e conseguentemente risulti violato il suo diritto al rispetto della vita familiare (art. 8 CEDU). Secondo la Corte di Strasburgo, inoltre, «per essere adeguate, le misure volte a riunire genitore e figlio devono essere attuate rapidamente, in quanto il decorso del tempo può avere conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il minore ed il genitore non convivente».

La Corte di Cassazione, conclude il proprio percorso argomentativo, enunciando il seguente principio di diritto: «in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena».

 

Avv. Marcella Ferrari
Avvocato del Foro di Savona

—————————

1 La vicenda risale al 2006, pertanto, si tratta di un periodo anteriore all’entrata in vigore della riforma sulla filiazione (d.lgs. 28 dicembre 2013 n. 154), che ha portato al principio di unicità dello stato giuridico di figlio (art. 315 c.c.) e limitato la competenza del Tribunale per i Minorenni, al quale si ricorre ormai unicamente per i provvedimenti de potestate, ablativi o limitativi della responsabilità genitoriale (art 38 disp. att. c.c.)

2 Il testo dell’art. 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, così recita:

«Articolo 8 – Diritto al rispetto della vita privata e familiare.

1. Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza.

2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del paese, per la difesa dell’ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui».

3 La PAS è una teoria psicologica elaborata agli inizi degli anni Ottanta dallo psichiatra Richard Gardner; essa ha ad oggetto minori vittime delle dinamiche familiari in caso di separazione conflittuali tra i genitori. Tale teoria è piuttosto controversa, giacché non viene ritenuta attendibile sul piano scientifico e, conseguentemente, su quello giuridico. La sintomatologia che connota la sindrome da alienazione parentale riguarda la “campagna di denigrazione”, l’appoggio incondizionato al genitore “alienante” e via discorrendo.

4 Si fa riferimento alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 29 gennaio 2013 – Ricorso n. 25704/11 – causa Lombardo c. Italia; in particolare, in questa pronuncia, la CEDU afferma che «come la Corte ha più volte rammentato, se l’articolo 8 ha essenzialmente per oggetto la tutela dell’individuo dalle ingerenze arbitrarie dei poteri pubblici, esso non si limita ad ordinare allo Stato di astenersi da tali ingerenze: a tale obbligo negativo possono aggiungersi obblighi positivi attinenti ad un effettivo rispetto della vita privata o familiare. Essi possono implicare l’adozione di misure finalizzate al rispetto della vita familiare, incluse le relazioni reciproche fra individui, e la predisposizione di strumenti giuridici adeguati e sufficienti ad assicurare i legittimi diritti degli interessati, nonché il rispetto delle decisioni giudiziarie ovvero di misure specifiche appropriate».

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Caso Forteto: Meglio tardi che mai! Sentiti Bindi e Vespa, verso la chiusura della Commissione d’inchiesta bis. Il testo completo della I^.

Mugnai: tardiva la posizione del PD.

Alberti: meglio tardi che mai.

Vespa invitato da Commissione d’inchiesta.

Commissione d’inchiesta, la relazione finale

Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori
Composizione
Stefano Mugnai – Presidente
Paolo Bambagioni – Vicepresidente
Maria Luisa Chincarini – Segretario
Dario Locci – Componente
Monica Sgherri – Componente

Ex art. 18 comma IV dello Statuto, il Consigliere Giovanni Donzelli ha preso parte a numerose sedute,
mentre il Consigliere Marco Manneschi ha partecipato a una seduta
NB: nel rendere conto delle testimonianze di chi si è presentato in Commissione in qualità di vittima, adopereremo per ciascuna di queste persone un nome di fantasia

I N D I C E
Prima parte
1. Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori: la genesi istituzionale 5
2. Perché la Commissione d’inchiesta 5
– 2.1 I fatti 5
– 2.2 Motivazioni politiche 6
3. Attività svolta dalla Commissione d’inchiesta 6
4. L’istituto dell’affido 8
– 4.1 Inquadrare la materia 8
– 4.2 La Toscana: il fenomeno in cifre 8
Seconda parte
5. «Alla luce della vicenda Il Forteto» 11
– 5.1 Il Forteto, storia di una comunità 12
– 5.2 Il Forteto: lessico familiare 15
– 5.3 Il Forteto: accade durante una giornata 16
– 5.4 Il Forteto: affido a chi, come e perché 18
– 5.5 Il Forteto: pratiche abusanti 24
o 5.5.1 Gli abusi sessuali 25
o 5.5.2 Gli abusi fisici 28
o 5.5.3 Gli abusi emotivo-affettivi 31
o 5.5.4 Gli abusi psicologici 33
– 5.6 Il Forteto: la rete di relazioni 42
6. La Regione Toscana e Il Forteto 51
– 6.1 Era il 1980: accadde in aula 52
– 6.2 Dagli Anni ’90 a dopo il 2000: accadeva alla Asl 10 55
– 6.3 I fondi regionali: un riepilogo 57
Terza parte
7. La Toscana e le politiche per gli affidi 61
– 7.1 La Regione 62
– 7.2 Il Tribunale per i Minorenni e la Procura presso il Tribunale per i Minorenni 64
– 7.3 L’Istituto degli Innocenti 68
– 7.4 I servizi sociali 71
Quarta parte
8. Conclusioni: le politiche regionali in tema di affidamento dei minori 75
– 8.1 Il lavoro della Commissione d’Inchiesta 75
– 8.2 Riferimento normativi 76
– 8.3 Una riflessione sui soggetti coinvolti: Servizi, Tribunale, famiglie affidatarie,
Regione Toscana

78
– 8.4 Spunti per una revisione delle politiche regionali in materia di affido 83VESPA.png

Caso Forteto: Meglio tardi che mai! Sentiti Bindi e Vespa, verso la chiusura della Commissione d’inchiesta bis. Il testo completo della I^.

Mugnai: tardiva la posizione del PD

Alberti: meglio tardi che mai

Commissione d’inchiesta: meglio tardi che mai.

Forteto: Vespa invitato da Commissione d’inchiesta.

Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori
Composizione
Stefano Mugnai – Presidente
Paolo Bambagioni – Vicepresidente
Maria Luisa Chincarini – Segretario
Dario Locci – Componente
Monica Sgherri – Componente

Ex art. 18 comma IV dello Statuto, il Consigliere Giovanni Donzelli ha preso parte a numerose sedute,
mentre il Consigliere Marco Manneschi ha partecipato a una seduta
NB: nel rendere conto delle testimonianze di chi si è presentato in Commissione in qualità di vittima, adopereremo per ciascuna di queste persone un nome di fantasia

I N D I C E
Prima parte
1. Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori: la genesi istituzionale 5
2. Perché la Commissione d’inchiesta 5
– 2.1 I fatti 5
– 2.2 Motivazioni politiche 6
3. Attività svolta dalla Commissione d’inchiesta 6
4. L’istituto dell’affido 8
– 4.1 Inquadrare la materia 8
– 4.2 La Toscana: il fenomeno in cifre 8
Seconda parte
5. «Alla luce della vicenda Il Forteto» 11
– 5.1 Il Forteto, storia di una comunità 12
– 5.2 Il Forteto: lessico familiare 15
– 5.3 Il Forteto: accade durante una giornata 16
– 5.4 Il Forteto: affido a chi, come e perché 18
– 5.5 Il Forteto: pratiche abusanti 24
o 5.5.1 Gli abusi sessuali 25
o 5.5.2 Gli abusi fisici 28
o 5.5.3 Gli abusi emotivo-affettivi 31
o 5.5.4 Gli abusi psicologici 33
– 5.6 Il Forteto: la rete di relazioni 42
6. La Regione Toscana e Il Forteto 51
– 6.1 Era il 1980: accadde in aula 52
– 6.2 Dagli Anni ’90 a dopo il 2000: accadeva alla Asl 10 55
– 6.3 I fondi regionali: un riepilogo 57
Terza parte
7. La Toscana e le politiche per gli affidi 61
– 7.1 La Regione 62
– 7.2 Il Tribunale per i Minorenni e la Procura presso il Tribunale per i Minorenni 64
– 7.3 L’Istituto degli Innocenti 68
– 7.4 I servizi sociali 71
Quarta parte
8. Conclusioni: le politiche regionali in tema di affidamento dei minori 75
– 8.1 Il lavoro della Commissione d’Inchiesta 75
– 8.2 Riferimento normativi 76
– 8.3 Una riflessione sui soggetti coinvolti: Servizi, Tribunale, famiglie affidatarie,
Regione Toscana

78
– 8.4 Spunti per una revisione delle politiche regionali in materia di affido 83

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CENTRO ANTIVIOLENZA BIGENITORIALE onlus: relazioni illustrative al ddl 46/XV in materia di allontanamento minori.

Proseguono le audizioni della Quarta Commissione. sentite anche le associazioni
MINORI COLLOCATI IN COMUNITÀ. DAL TRIBUNALE DEI MINORI L’INVITO AD INVESTIRE DI PIÙ SULLE FAMIGLIE

Centro antiviolenza bigenitoriale e avvocati familiaristi: ddl necessario.

Decisamente a favore del ddl si sono espressi il Centro antiviolenza bigenitoriale e l’associazione avvocati familiaristi. Per il Centro antiviolenza il presidente Roberto Buffi ha osservato che i primi tre articoli del ddl ottemperano la legge nazionale del 2000, e che la vera novità del testo è costituita dall’articolo 4 sull’UCM, perché amplia il potere decisionale rispetto alla tutela del minore, affiancando all’assistenza sociale anche la tutela sanitaria. Agli esperti previsti nelle UCM il Centro antiviolenza propone di aggiungere anche la figura del consulente legale. Sara Gioia, consulente legale del Centro ha motivato la condivisione del ddl e in particolare della Carta dei servizi prevista dal ddl, “che oggi va obbligatoriamente adottata in base alla normativa nazionale vigente” e che permette ai cittadini fruitori di scegliere i servizi.

Non meno in sintonia con il ddl si è dimostrato Massimo Rosselli Del Turco, direttore dell’Istituto studi parlamentari dell’Associazione avvocati familiaristi italiani. A suo avviso i gruppi appartamento dedicati ai minori dovrebbero accogliere più bambini per evitare loro situazioni sociali rischiose. La Carta dei servizi sociali andrebbe a suo avviso anche adeguatamente pubblicizzata. Fondamentale è infine la multiprofessionalità per promuovere l’affidamento dei minori nelle comunità.

ddl 46 XV relazione Avv. Sara Gioia, foro di Rovereto, consulente legale C.A.B. onlus

ddl 46/XV relazione Dott.ssa Marica Malagutti Psicoterapeuta Psicologa forense

ddl 46 XV relazione Dott Massimo Rosselli del Turco Direttore ISPA – ANFI 

ddl 46 XV relazione Roberto Buffi Presidente Centro Antiviolenza Bigenitoriale onlus

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Il Presidente del Tribunale per i Minorenni di Trento: i minori collocati in comunità sono tre volte di più di quelli in famiglia; si investa di più sull’affidamento in famiglia.

DDL 46/XV  presso P.A.T: audizioni d.d. 01 giugno 2016

Il Tribunale dei minori: si investa di più sull’affidamento in famiglia.

Il presidente del Tribunale per i minorenni di Trento, Paolo Sceusa, ha evidenziato che sia sotto il profilo dei costi a carico delle amministrazioni pubbliche sia, soprattutto, dal punto di vista dei bisogni relazionali e affettivi dei bambini e dei ragazzi, il loro collocamento all’interno di nuclei familiari, meglio ancora se parentali, è sicuramente preferibile al collocamento in comunità. La sostenibilità economica del collocamento in comunità riguarda anche il pagamento delle rette poste a carico degli adulti tenuti al mantenimento del minore. Ma ancor più del problema economico è soprattutto per il minore separato dalla propria famiglia che sarebbe ideale il collocamento in un’altra famiglia, a causa della turnazione cui è soggetto il personale delle comunità, che espone il minore ad una carenza di quei riferimenti che sono la caratteristica propria della famiglia. “Il minore infatti ha un diritto primario alla continuità affettiva. Ecco perché – ha sottolineato Sceusa – bisognerebbe rimettersi sulla strada di una maggiore implementazione di questi nuclei familiari disponibili all’accoglienza. Nuclei – ecco la difficoltà – non semplici da individuare e che vanno necessariamente informati e formati anche dal punto di vista delle responsabilità educative nei confronti del minore”. E che vanno anche sostenuti economicamente dall’ente pubblico. In questo caso i costi, ha precisato Sceusa, sono comunque inferiori a quelli del collocamento in comunità. “La sostenibilità maggiore si verificherebbe solo dopo un investimento sulle famiglie che potrebbero accogliere i minori”.

Il presidente del Tribunale per i minori ha giudicato apprezzabile il ddl  per gli interventi migliorativi che prevede e che contengono specificazioni utili senza stravolgere l’impianto normativo esistente, soprattutto per le informazioni che la Carta dei servizi garantirebbe agli utenti, per i requisiti professionali richiesti al personale sia dipendente sia volontario delle comunità minorili.

 I minori collocati in comunità sono tre volte di più di quelli in famiglia.

 Il presidente del Tribunale ha infine segnalato che i minori collocati all’interno di nuclei familiari nel Trentino risultano essere meno di un terzo di quelli collocati nell’ambito di comunità. In queste ultime fino al 30 giugno 2015 il numero di minori accolti è pari a 201, per 127 dei quali il collocamento è stato disposto dall’autorità giudiziaria, per 58 con il consenso dei genitori mentre, sempre nelle comunità, sono 16 i minori non accompagnati richiedenti asilo. Questi ultimi oggi sono ovviamente destinati a crescere.

Fonte Provincia autonoma di Trento

 

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